bisbigliato da odiatosilenzio alle ore 12:40 lunedì, 04 giugno 2007

Poche gocce di pioggia. Oggi. E la lenta discesa sulla mia testa ha rievocato nostalgicamente emozioni.

Ero al ritorno da scuola, le prime volte che i miei lasciavano che prendessi la strada di casa in modo autonomo. Erano i primi passi che muovevo verso la vita. In compagnia. Capelli ricci ribelli per tutte, occhiali che nascondevano occhi non ancora truccati e sui lobi neanche la parvenza degli orecchini. Correre e ridere sotto la pioggia, tornare a casa inzuppata e qualche angolo di strada che sembrava un eternità a percorrerlo.

Oggi. Ho pensato che forse avrei voluto tornare indietro, a quei tempi.

Le gocce hanno portato via con loro quelle amicizie, quelle risate.

Ci siamo perse un po’ tutte, due ancora sopravvivono. I cambiamenti sono stati troppi, le mancanze altrettante. E l’unica cosa che ricordo bene era il bisogno che avevo di loro e come stavo bene un tempo anche sotto la pioggia, che ora evito insistentemente.

E chiedo che quest’acqua porti via tutto quello che di brutto ho ora come ha fatto con quegli sguardi, quell’incoscienza e quelle risate.

Tutto questo perché mi mancate, perché avete segnato un periodo stupendo e soprattutto mi manca quel brutto anatroccolo che ero un tempo…

 

bisbigliato da odiatosilenzio alle ore 15:38 sabato, 08 luglio 2006

L'altro giorno... era un inizio pomeriggio afoso, l'aria umida si appiccicava sulla pelle, il sole incessante aveva lo stesso effetto di un colpo di martello ben asstestato su un pezzo di cotto duro ed io, come al solito, mi dirigevo alla feramata dell'autobus. La mia maglietta x-small non bastava affatto a rendermi più facile il clima, e all'espulsione di un po' di liquiduccio tanto odiato contribuì un evento. Come al solito avevo la faccia impassibile, come tutte le volte in cui devo andare dove non mi va affatto. Ero ferma vicino al solito palo quando d'un tratto una signora, alquanto strana, smise immediatamente di parlare con una donna, mi guardò come se avesse visto qualcuno d'importante e, fissandomi, si avvicinò velocemente e si fermò a pochi centimetri dalla mia faccia. Guardai i suoi occhi castani, inespressivi. Mi disse "quanto sei bella, cosa darei per avere la tua età". Continuai ad osservarla, aveva un vestito largo, a righe bianche e rosa, dei sandali di gomma, colorati, luridi. I capelli corti, castani, fuoriuscivano da un cappello con la visiera e uno zaino da scuola le pesava sulle spalle. Mi disse "non ho passato una bella infanzia, mia madre faceva la prostituta, ma era malata, lo siamo tutti in fondo". E aveva ragione. La guardavo, mi turbava, ma continuavo ad ascoltarla, vedevo nella sua stranezza più verità che altrove. Vedevo sul suo volto i segni di una sofferenza che non poteva più passare, nonostante fosse completamente inespressiva, apatica. Aveva "accettato" tutto quello che le era successo in passato, portandone, poi, sul fisico le conseguenze, purtroppo abbastanza vistose. Perseverai nel mio silenzio, sperando che volesse continuare a parlare, e lo fece. Mi disse di ciò che aveva ai piedi, delle medicine che prendeva, che non mi augurava affatto ciò di cui soffriva. Disse "lo vedi questo zaino?è preparato per il mare dall'anno scorso, l'ho lasciato così". A differenza di qualcun altro mi ha fatto tenerezza. Nessuno forse la portava al mare?Quella voglia di parlare era probabilmente l'emblema della solitudine che provava? Arrivò il pullman. Vigliaccamente non le feci nessun cenno dopo che si fu girata, me ne andai.

Credo nella potenzialità del cervello umano, credo a quanto si possa essere incredibilmente fragili e forti allo stesso tempo e mi chiedo cosa mai possa aver visto da sagnarla così tanto. Era semplicemente lei, faceva paura alle persone, ma era lei, non poteva farne a meno. E per quanto fosse strana, era vera. Non l'ho più vista, ho saputo che tratta male la gente, è conosciuta in città, ma con me è stata dolcissima. Non so cosa, in che tempo o in che luogo, ma so che se le cose andassero diversamente forse non saremmo noi. C'è chi mi chiede se è giusto o meno dover passare dalla sofferenza per diventare migliori, ammesso che riusciamo a superare i momenti brutti. Io non lo so. So solo che quando si cade e poi ci si rialza la sensazione che si prova è oltre il pensabile. E' una sorpresa per chi non ci credeva. E' vento su uno strapiombo per chi sentiva i sogni a pezzi. E'. E' vincere una gara. E' tagliare un nastro rosso. E' una fine per un inizio. E' un sorriso con gli occhi lucidi. E' la soddisfazione per aver dimostrato quanto siamo forti.

Kisses...Sorry per la prolungata assenza, mi sono concessa una breve vacanza da me stessa.

bisbigliato da odiatosilenzio alle ore 17:09 venerdì, 23 giugno 2006

Si prospettava una serata come tante, come fino ad allora era stata. Dovevo andare a trovare un'amica cn l'influenza ma le lancette iltempopassaenontiaspetta continuavano ad andare avanti inesorabilmente. Così a malincuore decisi di andare verso la solita fermata dell'autobus senza passare da lei, sostituendo il tutto con una telefonata del tipo "scusa ho fatto tardi, volevo solo sapere come stavi". Invece mi kiamò prorpio in quel momento e kiuse subito la linea quando alla domanda "dove stai?" risposi "sono appena uscita di casa". Mi sentivo assolutamente in obbligo, così facendomi coraggio nel prendere il bus in un orario un po' pericoloso, cambiai direzione e andai verso casa sua. Ci vollero poki minuti per raggiungerla, intanto mi guardavo frettolosamente in giro. Aveva una faccia un po' triste, nn poteva raggiungere il suo amore ke la aspettava tra nebbie artificiali e musica assordante, in qualke makkina usata x la ricerca di sostanze cosìddette. La guardai, aveva qualke linea di febbre ke in una sera di inizio febbraio poteva trasformarsi in qualcosa di pericoloso. Le passai il termometro, toccai apprensiva la sua fronte e guardai attentamente l'orario in tv, semplicemente le 20:38. Aspettai 5 min, la convinsi del tutto a rimanere a casa, la salutai con un bacio sulla fronte ed un "ci vediamo domani". Chiusi porta e portone, riversai me stessa nella strada ke avrei dovuto seguire x arrivare dai compagni, perlomeno. Svoltai a destra, poi a sinistra, il palo giallo-arancione mi sembrava desse cenni di vita, di squilibrio ipocrita. Mi fermai in sua corrispondenza. Anke io volevo raggiungere il mio di amore. Un amore di plastica, finto, pieno di stupide bugie, di amare verità, di sporca immoralità velata da finti problemi esistenziali, irrisolvibili. Però irrazionale. Amore. Consapevole del male ke mi faceva, x me era amore. Univoco, insensato, grigio con piccole sfumature di speranza, logorante come acido sulla pelle viva, soffocante come una laccio nero e viola intorno alle ali. Le mie ali.

Mi guardai un attimo in giro. Vidi un ragazzo, fascione nero di lana, auricolari nelle orecchie, gazzelle nere e bianche. Gli chiesi se fosse passato l'autobus. Rispose di no. Il suo tono di voce mi diffuse una particolare sicurezza, una voglia strana di parlargli. Così iniziarono le classiche domande "aspetto da poco, lavoro quì"-"ah si?ci abito, non ti ho mai visto. ma dove abiti?"-"e....un po' in periferia, tu dove vai?"-"in piazzetta, da amici"-"io sono stanco, a casa"-ecc...

Così arrivò quel veicolo ke, x quante volte ho desiderato arrivasse in fretta, ora speravo tardasse il più possibile. Passammo tutto il tempo a parlare del + e del -. Ci fu qualcosa in lui ke mi prese particolarmente. Ancora adesso non mi spiego cosa, forse il suo essere al di sopra di tutto e di tutti in maniera semplice, inosservata, impercettibile. E continua a perseverare nel sue essere. Ho sempre sperato da quel giorno di intravederlo da qualke parte, facevo degli stupidi appostamenti (mi vergogno anke a dirlo), alcune volte anke senza risultati. E tutte le volte ke piangevo, speravo, pregavo di poter acquistare indifferenza x quell'individuo ke tanto mi aveva graffiata, trascinata in un mondo completamente estraneo. Ero certa ke un giorno avrei dimenticato, ke sarei rinata.

X tutti quelli ke stanno perdendo la speranza... non lo fate mai. Per ogni nuvola nera c'è una luna d'argento.