Qualche domanda ogni tanto... e poi diventano quei giorni in cui il peso di ciò che sei diventa troppo grande da sopportare. Sono quei giorni in cui ogni canzone che passa alla radio racconta scorci nostalgici di vita, quei giorni in cui tutto sembra nero e gli altri colori solo sfumature di grigio. Però sono anche quei giorni in cui la vita riserva belle sorprese, giorni in cui la ripresa diventa più dolce della partenza.
E così mi pongo qualche domanda in più, la coscienza brucia perchè l'omologazione annulla ogni cenno dell'essere. E io ho ceduto, ci sono cascata, perchè non pensare era molto più semplice, perchè l'essere superficiale faceva scivolare tutte le cose brutte sulla mia schiena come fossi sporca di petrolio. Invece ora riprendo scudo e spada e riprendo a lottare come facevo un tempo, perchè i giorni sfuggono tra le dita stanche; stanche di una vita che non mi appartiene più, stanche di dover essere attente ed ogni minimo gesto. E cambio anche io. Lo decido così. Ditemi un bentornata perchè non ho più intenzione di abbandonare il mio spirito e ciò che mi dice.
Mi sono accorta di avere un buco grosso dentro che nessun pezzo di spugna color fuxia dall'aria fashion potrà colmare, neanche l'aria da brava ragazza che ho ora, a dispetto di tutti i buchi e le rasature che erano parte di me.
Credo di essere semplicemente emotivamente insoddisfatta.

E proprio quando pensava che mai avrebbe avuto posto nel suo pensiero un solo attimo bastò a rivelarle il contrario. Un solo sguardo le cancellò dalla mente le lacrime, la sofferenza che le fece provare. Tutto fu come sbattere la testa contro il muro, come un doccia gelata all'improvviso, con la stessa meraviglia con la quale si guarda un bambino appena nato, con la stessa paura con cui si tiene in mano qualcosa si fragile e preziosissimo, con lo stesso colore dell'emozione.
Lui l'aveva sempre amata come si ama un ciuffo umido sulla fronte, come un taglio nel vetro, come la felpa appena lavata, come si ama qualsiasi cosa.
Invece ora era diverso, lui non poteva non guardarla in quel modo, apprezzare tutto quello che gli era stato dimostrato sommessamente, flebile come il sussurro di un malato. E si era accorto di quanto lei fosse importante, quanto gli mancasse costantemente il suo odore sulla pelle. Quegli abbracci diventavano sempre più caldi, senza più stupide impressioni ma solo ed unicamente dimostrazioni di emozioni che erano lì, forse c'erano sempre stati, con un velo di cinismo sopra, lasciati coperti dalla paura di soffrire, di amare, di vivere.
In quell'attimo tutto si realizzò davanti ad entrambi, imbarazzati e spauriti come due bambini, come se fino ad allora fossero stati sotto la gonna delle mamme, come se del mondo non avessero visto nulla. Un bacio, aprirono gli occhi entrambi e si scambiarono uno sguardo di tenera complicità ancora attaccati come se fossero in un addio anzicchè in un dolce saluto di inizio.
E lei li aprì davvero gli occhi e nella luce della stanza non ancora illuminata dal sole le prese una stretta allo stomaco e un fitta al cuore. La delusione pervase quel corpicino aggraziato e due lacrime le spuntarono sul viso. Era tutto un sogno.





macabre e grigie lullabies, ispirazioni
e tu...mi manki...aria
lontano, posti senza paessaggio, persone senza volto
e tu...sei lì...ti immagino
lontano...da me, da quello ke mi riguarda
e ti sento...lontano,ma ti sento
e scappi, solo in alcuni momenti, ma scappi
più veloce di un fiume, più impercettibile di un sussurro, fresco come la rugiada
con la faccia velata da incertezze tue
di mondi ke nn ti appartengono
di mondi a cui nn vuoi appartenere
di mondi di cui nn faccio parte
e quello ke ti kiedi fa male
nn sai rispondere
nn lo farai
nn smettere di sperare,lontano
dovunque...lontano
è così ke ti sento
e ora c'è un vuoto, l'hai lasciato, nn sei quì, è cambiato tutto, nn ti dirò mai cosa penso davvero. Con tocchi leggeri scrivo di te,cn la stessa leggerezza cn cui mi hai sfiorato l'anima, schiudendola lentamente, entrandomi nel sangue, facendo parte di me fin dal primo momento. E ora... ora... mi parli, mi sorridi, mi confondi, mi ferisci, mi tiri, mi trasformi, mi abbracci, mi disarmi, mi convinci, mi trascini, mi colpisci, mi spaventi, mi ami, mi distruggi... sei tutto ciò ke volevo ma ke purtroppo nn sn riuscita ad apprezzare fin dall'inizio. Credo di amarti davvero... nn è facile... lo sai... da lontano

Sangue… dal mio dito. L’ho visto sgorgare da una piccola lacerazione dell’epidermide. Un taglietto. Una sensazione di fastidioso dolore mi bloccava lo stomaco. E intanto pensavo… pensavo a quanto sia sputtanato il sangue in tv, a quanto siano superficiali le nostre sensazioni al riguardo, a quanto sia strano sapere che invece ciò ke si ha davanti è reale. E pensavo alla cattiveria della gente, a tutto quel liquido umorale versato ogni giorno, a quante vite si spengono inesorabilmente lontano da noi, dai nostri occhi, dalla nostra realtà. E pensavo… pensavo a quante persone ho visto desiderare la morte, e guardandomi allo specchio ricordavo ke una di quelle ero io. Una di quelle facce stanche, con gli occhi infossati, che chiedeva aiuto nonostante la voce nn pronunciasse nulla. Ricordavo… ricordavo momenti in cui mi sentivo le ali legate. Ricordavo momenti in cui, x cercare di nn pensare al mio corpo tremante, senza un apparente motivo fisico, trovavo appigli in pensieri lontani dal mio essere. Ricordavo il momento in cui ho deciso di dare un motivo al mio tatuaggio. Mi sentivo chiusa in un bozzolo, come una crisalide. E mi chiedevo quando avrei potuto finalmente liberarmi del mio involucro ingombrante, soffocante. Mi chiedevo quando avrei potuto aprire le mie ali, volare libera incontro alla vita. Ricordavo… e pensavo. Pensavo a quanto normale ci sembrasse la realtà che abbiamo intorno, per quanto incredibile possa essere. E pensavo a come allora avrei voluto scappare da ciò che nn mi conveniva sentire, vigliaccamente. Mi sembra, ora, tutto uno sbaglio. Mi sembra come se avessi avuto paura di vivere. Ora nn ho più paura...

era da tanto ke non m sentivo così, il sapore delle lacrime fino alla gola, il vento che schiaffeggia lievemente e piacevolmente la faccia, la consqapevolezza di essere completamente sola. Davanti a me solo un cane, in una notte fresca di inizio giugno, tramontana. E Lui, a soli 20 metri da me, così irraggiungibile, così inconsapevole della mia presenza e così preso da qualcosa che lo sta portando corporalmente via da me. Nei miei pensieri la speranza che sia solo il corpo lontano, la mente e il cuore accanto ai miei ma nelle mani ho solo l'incertezza che ormai mi accompagna da troppo tempo, fedele amica alla quale "devo" tutto quello che di amaro ho fatto fino ad adesso. E il cercare disperatamente di esternare da sola, come se fossi davanti ad uno specchio, il mio male di vivere ed invece davanti a me il nulla, uno strapiombo, il mare, le luci di qualcosa che in realtà rappresenta il pane e la morte, la speranza di un futuro e contemporaneamente la distruzione di questo. E' qui che cerca di prendere vita il mio sfogo, fugaci occhiate impaurite sperando che nessuno possa vedermi in questo stato, e sperando che se proprio qualcuno mi dovesse vedere poi non lo dovrei più incontrare o al limite sperando che questo qualcuno sia armato di indifferenza fino al collo. Poi piano piano scivolo nel mio "io" più profondo ed è in questo momento che le tanto aspettate lacrime liberatorie scendono. E allora inizia l'analisi del punto cruciale che scatena i miei liquidi umorali. Le tanto odiate/amate domande: qual è il pensiero che ho in mente che poi apre i rubinetti? Nulla , vuoto, nessuna risposta. E allora pensieri sul voler non essere qui, la coscienza che si ha tutto ma non proprio, l'insoddisfazione che non ha nulla a che vedere con il materiale. Che cosa diavolo mi fa stare male tanto da desiderare di essere sul fondo del mare che ho di fronte? Sempre nulla, è come se razionalmente io qualla risposta non la volessi sentire affatto. E il sapere che per me ancora non è finito nulla, che la mia anima è solo stata addormentata mi tormenta ancora di più l'esistenza. sembra come se la sofferenza non dovesse avere più fine e non voglio. Non bisogna mai aspettare qualcosa per essere felice, è vero, ma x me il bello è che non so cosa aspettare. La fine della scuola forse?No...non mi risolve nulla, tanto sono da sola lo stesso. Lui?Neanche, non è più nel mio stile affidarmi completamente a qualcuno.
E continuo a guardarmi intorno, tornando alla realtà, cercando di intravederlo, lì, a 20 metri, in mezzo alla folla. E' inutile...non potrebbe mai pensare che io, così radiosa e sorridente come sono con lui di solito, possa essererannicchiata in uno degli angoli più nascosti e isolati davanti al mare a piangere e a chiedere il perchè della vita. Ma cerco comunque di guardare rendendomi conto che in realtà non avrò mai il coraggio di passare lì davanti, in queste condizioni poi!!Quindi iniziano anche le immagini nella mente di una remota possibilità che lui, in un momento di pausa, venisse proprio quì, in questo posto (prorpio xkè isolato) a "parlare" con una delle ragazze appena conosciute. Inizio a immaginare una mia ipotetica reazione e poi la nuvoletta sparisce lasciando il posto solo allo sguardo spento dato al telefono che continua a non dare cenni di vita, mostrando semplicemente l'orario... 00:42. Che apatia che c'è in giro, solo rumore di auto che sfrecciano veloci con dentro chissacchì a parlare di chissacchè, ognuno con i propri pensieri e i propri problemi, magari semplicemente gruppi di ragazzi che mentre ascoltano musica di qualche anno fa, ridono x delle battute senza senso. E io quì, a pensare a tutto quello che potrebbe essere. Una sigaretta,poi un'altra. E pensare che un giorno, se sarà destino, sarò da qualche parte nel mondo a cercare di curare i danni che questa provoca e intanto, così, mi uccido io stessa. E piano piano, vedendo le persone allegre passare con il gelato in mano, mi sale la rabbia di tutto quello che mi è stato detto gratuitamente. E poi penso a tutto quello che gratuitamente si fa nel mondo ma non mi è affatto d'aiuto.
Una chiamata sul cell...i miei..."ok,ok,arrivo,si mangio a casa,si,ciao". Devo tornare alla mia vita di sempre, un ultimo sguardo all'oscurità, in pratica un'altro sguardo a me stessa, mi asciugo le lacrime, mi passo con non-chalance le dita sotto il naso, saluto la mia anima e mentre riprendo lentamente la strada del ritorno, inizio di nuovo a chiudere i miei mali nel cassetto, inizio di nuovo a cercare di sotterrarli sperando che ciò non faccia tanto male. Dò un ultimo sguardo a lui, lì, immaginandolo sorridente e indaffarato e giro il viso per guardare la strada. Ma un po' di me è ancora in circolo e allora penso "ma a che serve guardare?!"e attraverso...ok...sto arrivando; a pochi angoli di distanza mi guardo in una vetrina del centro, ok, non si vede nulla, faccia pulita come al solito, occhi vitrei e sorriso plastico. Sono pronta ad affrontarli di nuovo. Solo che non so quando sarò pronta ad affrontare me stessa...